Come gestire l'emozione più carogna di tutte: la paura





Paura. Ansia. Panico. Angoscia. 

Solo a leggere queste parole, si è presi da un sottile disagio. In realtà, di base, la paura è una gran bella cosa. È l’emozione che ci permette di restare interi e vivi, fuggendo o evitando i pericoli.
Fa parte della natura più essenziale della vita. Persino un piccolo batterio come l’Escherichia coli ha paura: sa reagire alla presenza di determinati composti chimici cambiando la direzione di rotazione dei flagelli (i flagelli sono le “gambine” dei batteri). La membrana cellulare di questo piccolo organismo unicellulare riesce a riconoscere le sostanze nutritive e allora vediamo il batterio avvicinarsi a esse; invece, quando la membrana riconosce sostanze nocive, assistiamo a un allontanamento. Il batterio scappa!

Azzardiamo una definizione: la paura è quell’emozione che proviamo quando la nostra testa ci dice che c’è un pericolo. Quest’emozione ci spinge fondamentalmente a fare due cose: scappare o, se non se ne può fare a meno, combattere.
Ci sarebbe anche una terza possibile reazione: la cosiddetta “risposta di congelamento”: l’organismo si immobilizza. La speranza è quella di non essere visti o che il predatore ci lasci in pace. Negli esseri umani, questa reazione si limita quasi esclusivamente alle situazioni in qualche modo legate al sangue. È il motivo per cui alcuni di noi svengono durante un banale prelievo. Lo svenimento, sostanzialmente un addormentamento brusco, ci rende immobili. E forse la tigre non ci mangia, nella savana. Nella sala prelievi è solo una scocciatura. Peraltro, facilmente curabile.
Ma torniamo alla definizione di paura: tutto inizia quando il nostro cervello avverte la possibilità di un pericolo. E nella stragrande maggioranza dei casi ha ragione. Quando guidiamo l’automobile, abbiamo tutti un po’ di paura. Chi non è abbastanza spaventato, rischia. Quando prepariamo il minestrone e stiamo affettando la verdura con un coltello affilato, abbiamo un po’ di paura. E anche qui va bene.

Altre situazioni sono molto più ambigue. Compito di geometria sul quadrato. Qui la paura inizia già prima del compito vero e proprio. Ed è paura di cosa? Di un brutto voto? Di un professore arrabbiato? Del sarcasmo dei compagni? Della sgridata di mamma o papà? Di una bocciatura? Sono cose in qualche modo letali o pericolose? No. Eppure la paura può essere molto elevata. Questo ci porta a una prima importante considerazione: spesso il nostro cervello sbaglia le sue valutazioni, ed è perfettamente naturale che ciò accada. Ce la stiamo facendo sotto per qualcosa di fondamentalmente innocuo. Probabilmente, per la selezione naturale è preferibile un organismo che esagera con la paura, piuttosto che il contrario. Forse davvero sopravvive di più il capriolo che sente un ramo che si spezza e scappa, piuttosto che il capriolo che deve vedere il cacciatore, prima di scappare. Sta di fatto che siamo, di base, fifoni.
A questo punto, potremmo ipotizzare che dire a qualcuno di non avere paura sia un po’ come suggerire di non respirare o di non digerire. La paura fa parte di noi, e tende a esagerare, piuttosto che il contrario. Non possiamo spegnerla.
Non possiamo dire al ragazzo che avrà il compito di geometria: “Non devi avere paura”. È come se gli chiedessimo di fermare il cuore, in un certo senso. Gestire bene l’ansia non significa eliminarla dalla nostra vita.
Altra considerazione, questa volta limitata praticamente solo a noi umani: la dimensione futura della paura. Un gatto ha paura di ciò che accade ora. Il cane che ha davanti. Non si preoccupa dei cani che potrebbe incontrare domani. Per il gatto è impossibile pensare a qualcosa come “domani”. Noi umani, beh, noi umani nel futuro quasi ci viviamo! Il nostro flusso di pensieri è un costate “devo”, “farò”, “andrò”, … Riusciamo a provare paura per qualcosa che può essere lontano anche anni! Pensiamo a un genitore che si preoccupa del lavoro dei propri figli, perché vede un telegiornale dove si parla dei robot che rubano il lavoro alle persone. E il figlio oggetto delle preoccupazioni magari ha cinque anni.
Poi: la paura degli altri o, meglio, del loro giudizio. Il mio gatto si disinteressa completamente dell’opinione che ho di lui. Personalmente, penso che sia un lazzarone quando mi sveglia alle sei di mattina. Domenica mattina. Ma questo mio pensare “lazzarone!”, anche se manifestato con parole o espressioni del volto, non arriva in alcun modo a influenzare il mio gatto. Non produce nemmeno l’ombra di paura. Certo, se prendessi in mano una ciabatta per allontanarlo, allora e solo allora il comportamento del gatto sarebbe influenzato dal mio. Il gatto avrebbe paura e scapperebbe. Ma una semplice opinione negativa non influenza in alcun modo un micio. Noi umani ce la facciamo sotto all’idea che qualcuno ci giudichi negativamente.
Infine: il lavoro dell’adrenalina. La paura non se ne sta mai chiusa dentro la nostra testa. Influenza tutto il corpo. Lo rende pronto ad attaccare o a fuggire. Nell'elenco che segue sono riassunti gli effetti principali dell’adrenalina.


·         Respiriamo più velocemente, così incameriamo più ossigeno;

·         Il cuore accelera e la pressione del sangue aumenta: i muscoli possono essere nutriti meglio;

·         Il sangue è dirottato verso i muscoli piuttosto che verso gli organi interni;

·         I muscoli si tendono, preparandosi a contrarsi velocemente. Questo può portare ai tremori;

·         Aumenta la capacità di coagulazione del sangue: se ci feriamo, ne esce di meno;

·         Si comincia a sudare, per contrastare il probabile surriscaldamento a cui si andrà incontro con un attacco o una fuga;

·         Abbiamo più bisogno di fare pipì e cacca. Il corpo si prepara a diventare più leggero, per scappare meglio. È il motivo per cui di fronte a pericoli gravi ce la possiamo fare addosso. Perdiamo peso per scappare meglio;

·         La digestione si interrompe, la bocca diventa secca, possiamo avere nausea. Le risorse del corpo vanno ai muscoli, come abbiamo appena visto. Il resto del corpo va in stand by;

·         Nel sangue si libera zucchero, per darci più energia;


Tutto ciò è fantastico, se dobbiamo scappare da una tigre. Siamo forti, veloci. E, se la tigre non ci mangia, non ci importa nulla del fatto che siamo in cima a un albero sudati, sporchi di cacca e pipì, tremanti, con il cuore a mille e l’iperventilazione. Siamo vivi. Diverso è il caso in cui abbiamo paura di un 4 in geometria, e degli effetti della (poca) adrenalina non ci può importare di meno. Anzi. In assenza di pericoli veri e propri, sentire gli effetti dell’adrenalina può essere fastidioso. O, di più, può aggiungere un’ulteriore preoccupazione. Gli attacchi di panico nascono proprio così: catastrofizziamo una reazione fisiologica che, se ci fosse un pericolo, contribuirebbe a salvarci la pelle. Il cuore batte a mille e noi … pensiamo di avere un infarto (che, per la cronaca, è l’esatto contrario).
Abbiamo visto, brevemente, ben quattro punti critici della paura. Si potrebbe chiamarli difetti, ma sarebbe ingeneroso nei confronti della selezione naturale, che, va detto, ci ha costruiti piuttosto bene. Rivediamoli:

1.      Non sempre possiamo valutare correttamente le situazioni. E di solito esageriamo i pericoli;
2.      Possiamo provare ansia per cose future ancora tutte da definire, in realtà;
3.      Abbiamo una paura maledetta del giudizio altrui;
4.      Spesso fraintendiamo gli effetti dell’adrenalina.

Questi quattro ingredienti possono trasformare un’emozione fantastica, utile in una … carogna. Ma se ne può uscire.


Cominciamo a lavorare su questo benedetto compito di geometria. Cosa diciamo al ragazzo che è in ansia per il compito? Fatto salvo, naturalmente, che abbia studiato. Se non ha studiato, lo mandiamo a prepararsi per bene punto e basta. Ma, immaginiamo, con lo studio siamo a posto. Sa tutto sul quadrato, e sa risolvere per bene quei complicati problemi fatti di rettangoli isoperimetrici a un quadrato. Il ragazzo, però, ha paura. E tanta.
Cosa gli diciamo?

1.      “Vedrai che andrà tutto bene. Hai studiato tanto!”
2.      “Anche se hai studiato tanto, l’ansia te la devi tenere. Fa parte del gioco.”
3.      “Non preoccuparti troppo: è solo un compito di geometria. Alla peggio recuperi!”
4.      “Cerca di distrarti, fai qualcosa di bello, così non pensi.”















La risposta esatta è la 2. La 1 è una maledetta rassicurazione. Ma come, potrebbe insorgere qualcuno, le rassicurazioni non vanno bene? Cosa c’è di male se dico al ragazzo che la verifica andrà bene? In fondo, ha studiato! Le rassicurazioni, in realtà, sono bugie. Dette involontariamente, e a fin di bene. Ma restano balle. Perché il ragazzo non avrà mai la certezza assoluta di prendere un bel voto. Nella vita non abbiamo mai il controllo totale su qualcosa. Mai. È vero che con buona probabilità la verifica andrà bene. E il ragazzo lo sa. Ma quello che lui cerca (e che noi maldestramente proviamo a dare) è la certezza assoluta che tutto andrà bene. Tra breve, parleremo meglio della differenza tra controllo assoluto e controllo ragionevole.
La 3 è una rassicurazione anch’essa. Un poco più sottile: si ammette la possibilità che la verifica vada male, ma si rassicura comunque passando il messaggio che le verifiche che vanno male non sono un disastro. Che è vero, ma in questo caso la cosa viene detta con lo scopo di far andare via l’ansia. Ma, stiamo imparando, quel telecomando non esiste. L’ansia fa parte di noi. Punto.
La 4 è un maldestro tentativo di cambiare canale alle nostre emozioni. Vado al cinema e non ci penso. Funziona per l’ansia lieve. Con l’ansia da moderata a forte, l’effetto è opposto: più cerco di pensare ad altro, più il pensiero si fissa.
Con la 2, invece, diciamo la verità. E aiutiamo il ragazzo a convivere con le sue emozioni, a gestirle, piuttosto che sopprimerle.

L’esercizio non è andato bene? Presto ci riproveremo. Per ora, abbiamo un primo importante punto:

# Non raccontiamo e non raccontiamoci bugie. Le rassicurazioni aumentano l’ansia, ci rendono più fragili. Ci illudono che sia possibile, in qualche modo vivere senza pensieri, sereni. Siamo vivi. E questo significa che saremo sempre più o meno irrequieti.

Parliamo adesso di controllo. Il controllo è una cosa fantastica. Significa darsi da fare per avere gli esiti desiderati. È un impegno che profondiamo nelle nostre vite. Mi alzo al mattino e ho freddo. Grazie al mio comportamento (accendo il riscaldamento) e al comportamento di chi mi ha installato con successo i termosifoni, io posso controllare la temperatura. La nostra specie ha incrementato il controllo su tantissimi aspetti del nostro vivere. La medicina e la tecnologia sono innovazioni semplicemente meravigliose. Chi scrive adora avere tutto quel controllo sulla temperatura della sua “tana”. Adora non doversi alzare all’alba e vagare in un bosco umido e freddo alla ricerca di legna da ardere, con una pesante accetta. Preferisce il profumo del caffè in una cucina con 20° gradi.
Bene. Ora che abbiamo chiarito che il controllo non è un male, ma l’esito felice di tanti nostri comportamenti, passiamo alle aspettative di controllo. Quanto voglio essere sicuro dell’esito? Mi accontento di un controllo ragionevole o voglio un controllo assoluto?
Controllo ragionevole è: studio, studio bene, provo a fare esercizi. Quando mi vengono bene tutti o quasi, chiudo il libro. Una vocina nella mia testa mi dice che potrebbe non bastare, che qualcosa può andare storto lo stesso, studio o no. Ma io non do retta alla vocina. Convivo con il fastidio di questa possibilità e vado avanti con le cose della mia vita.
Controllo assoluto è: studio, studio bene, provo a fare esercizi. Quando mi vengono bene tutti o quasi, chiudo il libro. Una vocina nella mia testa mi dice che potrebbe non bastare. E io mi terrorizzo. Penso che non si possa vivere con questi dubbi, e inizio a fare cazzate:

·         Ripasso allo sfinimento (con il rischio di andare in confusione sul serio);
·         Cerco di convincermi che andrà bene. Che deve andare bene. E, naturalmente, non ci riesco;
·         Rompo le scatole a tutti, cercando rassicurazioni come un tossico in astinenza.
Quando cerco il controllo assoluto, non mi basta avere un risultato (8 in geometria). Voglio la tranquillità. Voglio la mente sgombra. Voglio qualcosa che, il giorno prima della verifica, semplicemente non può esistere. Ma io non lo so, e lo cerco. Diventando così sempre più ansioso.

# Quando cerco il controllo assoluto, finisco per fare cose inutili e, alla fine della fiera, pure ansiogene.


Esercizio. Individuate tra questi dieci comportamenti, quali sono una forma di controllo ragionevole e quali una forma di controllo assoluto. Poi controllate.

1.      Provare la maniglia per vedere se abbiamo chiusi a chiave o no una porta;
2.      Mettere un impianto anti-furto;
3.      Evitare di mangiare zucchero in qualunque forma;
4.      Dire a un figlio “Comportati bene!” prima di lasciarlo andare a scuola;
5.      Mettere l’avviso di ricezione per le e-mail spedite;
6.      Chiedere a un marito o a una moglie se ci vuole ancora bene;
7.      Pagare le bollette sempre prima della scadenza;
8.      Lavarsi le mani più che si può;
9.      Portarsi avanti con gli impegni il più possibile, in modo da essere poi più liberi;
10.  Seguire tutti i  programmi sulla salute in TV.















La soluzione è che … sono tutte forme di controllo assoluto!
È tutta roba inutile, che facciamo per sentirci più tranquilli.
Partendo dal fondo. Per vivere a lungo, non serve guardare programmi in TV. Serve non fumare, mangiare tanta verdura, evitare colazioni a base di cotechino fritto, per esempio. Se io sento che stasera ci sarà un programma su come campare cent’anni, lo seguirò per zittire quella vocina che mi dice: “Forse se non seguirai questo programma, perderai informazioni essenziali, farai errori e morirai in modo atroce!”. Questo è il vero motivo. Che non significa che io non possa vedere programmi sulla salute. Ma non devo ascoltare la vocina che mi dice di guardarli tutti, sennò muoio!
“Faccio più cose che posso, così poi sono libero”. No, così poi ne troverò altre ancora, fino a quando non avrò fatto tutto. E potrò stare sereno. Non funziona. Impariamo ad accettare il fastidio che proviamo quando andiamo a dormire con i piatti fuori dalla lavastoviglie. Non ascoltiamo la vocina che ci dice che dormiremo meglio se la cucina è a posto. Un domani, potremmo ritrovarci a lustrare gli angoli più remoti della cucina alle due di notte. Altro che serenità! Ciò che serve è pulire la cucina, non avere la cucina sempre pulita.
In ospedale hanno ragione. Le mani vanno lavate. Specialmente là. Ma se ascoltiamo la vocina che ci dice che le mani devono essere sempre pulite, se no moriremo di malattie orrende, e i nostri cari soffriranno atrocemente, finiremo per lavarci le mani di continuo, portando via lo strato protettivo della pelle, tra l’altro. L’ironia involontaria del controllo assoluto.
Le bollette vanno pagate. Ed è bello farlo prima della scadenza. Ma conviviamo con il fastidio di pagare il 18 la bolletta che scadeva il 17. Non si può arrivare dappertutto, e dannarsi per fare assolutamente ogni cosa in tempo non serve né a noi né all’ENEL.
Se ho dei dubbi sull’affetto che gli altri provano per me, non è il caso di diminuirlo ulteriormente con richieste di rassicurazione. Voglio essere amato/a? Cerco di comportarmi in modo da meritarlo, l’affetto. Quello funziona.
Il mondo funziona anche grazie alle e-mail. Gli avvisi di ricezione, invece,  servono a darci la dose di rassicurazione. Rendendoci sempre più dipendenti. Peggio dell’eroina.
Dire a un figlio di comportarsi bene non serve. Serve insegnargli le abilità sociali. Punto.
Non ci sono cibi che fanno male in sé[1]. Evitare in modo assoluto e totale qualcosa non ci fa vivere più a lungo. Intristisce e basta.
I ladri entrano dove vogliono. Punto. La soluzione a questi problemi è sociale, politica e culturale. Ci vorrà ancora tempo.
Le maniglie. Lasciatele in pace. Chiudete le vostre porte, poi basta. Vedi il punto precedente.
Ora forse è più chiara la differenza.

Torniamo al compito di geometria, e parliamo adesso dei possibili effetti dell’adrenalina. Il nostro ragazzo non deve scappare da un leone o combattere con un guerriero avversario. Per cui non gli serve assolutamente a nulla il cuore che batte di più, o i polmoni che incamerano più aria, e tutte le cose che abbiamo visto nella tabella 1.1. E, infatti, questi fenomeni fisiologici sono molto molto attenuati. Appena percettibili. Però.
Però può darsi che il nostro ragazzo se ne accorga. È preoccupato, e a un certo punto comincia a sentire la testa “strana”, leggera. Si tratta di un effetto collaterale e innocuo dell’iperventilazione. Ma il ragazzo che ne sa. E si spaventa. E così va in circolo ancora più adrenalina. E l’iperventilazione aumenta. E la testa gira di più. E il nostro comincia a terrorizzarsi: pensa che potrebbe svenire, morire … Si tratta del circolo vizioso del panico. Poi passa tutto, ma che spavento!

# Gli attacchi di panico non sono altro che una catastrofizzazione degli effetti dell’adrenalina. Non sono una malattia, ma un fraintendimento.

Il nostro adolescente ha una paura matta, e ci chiede cosa fare. E noi gli rispondiamo: “Niente. È solo adrenalina. Adesso non ti serve a un tubo, ma fa parte del gioco. Porta un poco di pazienza, e vedrai che inizia a calare da sola.
Qualcuno potrebbe dire: “Facciamogli almeno una camomilla, così si rilassa!” No, non ci siamo. Non va bene. Seguite il ragionamento: una persona ha paura di qualcosa di innocuo (gli effetti dell’adrenalina). E noi la aiutiamo a far sparire questo qualcosa. Il messaggio che involontariamente passiamo è: “Facciamo sparire questa brutta cosa, che prima se ne va, meglio è.” Stiamo sottilmente continuando a catastrofizzare. L’adrenalina è innocua, e con le cose innocue non si fa nulla. Se sono fastidiose, aspettiamo semplicemente che spariscano, senza muovere un dito.

Vediamo ora un elenco delle più comuni catastrofizzazioni:


·         Respiro più velocemente: soffoco, muoio!

·         Il cuore accelera e la pressione del sangue aumenta: mi viene un infarto!!

·         La testa, per effetto dell’iperventilazione, diventa “leggera”: svengo, impazzisco, mi viene un ictus, perdo il controllo, muoio!!!

·         Ho più bisogno di fare pipì e cacca.( Il corpo si prepara a diventare più leggero, per scappare meglio. È il motivo per cui di fronte a pericoli gravi ce la possiamo fare addosso. Perdiamo peso per scappare meglio): mi faccio la pipì addosso, sto perdendo il controllo, muoio!!!

·         La digestione si interrompe, la bocca diventa secca, possiamo avere nausea. Le risorse del corpo vanno ai muscoli, come abbiamo appena visto. Il resto del corpo va in stand by: vomito, muoio!!!


Queste paure sono tutte infondate. Non accade lontanamente niente di ciò. Certo, l’adrenalina sa rompere le scatole, ma, poverina, se ci fosse un leone che ci insegue, potrebbe salvarci la pelle.
Ma veniamo al punto centrale della questione. Immaginiamo di sbagliare tutto: cerchiamo di rassicurare il ragazzo. Quando ha un attacco di panico, gli diamo le pillole calmanti della nonna o, se siamo più prudenti, camomilla, valeriana, o qualche inutile farmaco omeopatico. Stiamo creando un mostro, emotivamente parlando. Con le migliori intenzioni del mondo, lo stiamo spaventando ancora di più. Siamo pronti per la cazzata finale: “Vuoi stare a casa?”

# Scappare da qualcosa di innocuo può dare sollievo momentaneo, ma alla fine ci rende ancora più ansiosi, fragili e insicuri.

Ribaltando in positivo:

# Il modo migliore per imparare a gestire le proprie ansie è affrontare ciò che si teme.

In psicoterapia si parla di esposizione. Che è la principale strada per una vita con meno paura.
Al nostro adolescente si dice: “Vai”. Punto e basta.
Immaginiamo, invece, di fare la scelleratezza di tenerlo a casa.
Primo effetto: un sollievo enorme. Che è come una droga: crea dipendenza.
Secondo effetto: il cervello del ragazzo, a questo punto, è libero di creare scenari “catastrofici”: “Se fossi andato a scuola, sarei morto di paura, sarei stato male davanti a tutti, e sarebbe stato insopportabile e doloroso!”. E non ci sono dati di realtà che possano smentire queste ipotesi funeste.
Terzo effetto (e qui, lasciatemelo dire, siamo nella merda): in futuro la tentazione di evitare, l’impulso di restare a casa, diventeranno ancora più forti. È così che nasce l’agorafobia. Cioè la tendenza a evitare tutte le situazioni che ci possono creare ansia. Con l’unico risultato di tagliare via porzioni sempre maggiori di vita: cinema, concerti, supermercati, strade, solitudine, luoghi chiusi, luoghi aperti … tutto e il contrario di tutto.
Facciamo un po’ di esercizio.
Immaginiamo una persona che ha paura di guidare in autostrada.
Cosa le consigliamo di fare?

1.      Iniziare con un viaggio da casello a casello, magari una volta al giorno;
2.      Aspettare che, magari con il passare del tempo, la persona sia in grado di affrontare senza troppa ansia l’autostrada;
3.      Fare un lungo viaggio, almeno cinquecento chilometri: via il dente, via il dolore;
4.      Imbottirsi di psicofarmaci e via!















La risposta esatta è la 1. Le paure si affrontano gradualmente e spesso. Il trucco è tutto lì.
Partiamo dall’aspetto della gradualità. Significa che il mio affrontare ciò che temo mi dà ansia, ma senza esagerare.
Per andare più sul pratico, in una scala da zero (perfettamente rilassati) a cento (terrore puro), muovo i miei passi tra dieci e venti.
Ho paura dei ragni.
Zero vuol dire che sono in un ambiente del tutto privo di ragni.
Cento: un ragno (non velenoso) mi cammina sulla mano.
Posto che io debba o voglia far camminare un ragno sul mio braccio, parto da ciò che mi fa ansia dieci: un libro che parla di ragni sul mio comodino, per esempio. La faccenda è molto soggettiva, naturalmente. L’importante è andare piano. Nessuno ci corre dietro.

# Più graduali sono i primi passi nell’affrontare una forma d’ansia, più è probabile che io riesca ad avere il successo che desidero, e anche in tempi sorprendentemente brevi.

Se una persona ha paura dell’altezza e desidera, per lavoro o per gusto di superare i propri limiti superare tale fobia, avrà un gran giovamento da un approccio lento.
Potrebbe, per esempio, iniziare a passare tempo in terrazza, seduta accanto al bordo. Siamo lontani dall’alpinismo, o dal paracadutismo. Ma l’importante è cominciare ad affrontare ciò che si teme. Apposta, deliberatamente. Con un’intensità emotiva tollerabile.
E poi, esporsi spesso. Che significa che gli esercizi devono essere praticamente quotidiani.

# Quando ci si espone, il nostro cervello ha bisogno di sperimentare ogni giorno o quasi qual è la realtà. Altrimenti le convinzioni irrazionali non saranno mai intaccate.


E ora un po’ di vita vera. Chi scrive, alle medie, aveva paura di tutto ciò che era alto più di due metri. Mai fatta una sbarra, mai salito sulla corda. Il quadro svedese, poi, era fantascienza. Il povero prof di ginnastica, tra l’altro simpatico e in gamba, non sapeva che pesci pigliare. Anni dopo, quasi per caso, il sottoscritto viene preso dal desiderio di sconfiggere questa paura. Fortuna vuole che gli studi di psicologia, tra  tanta inutile paccottiglia freudiana, facciano venire in contatto anche con gli scritti, per esempio, di un certo Joseph Wolpe, papà della terapia del comportamento. Chi scrive, dunque, costruisce per se stesso la sua prima gerarchia di situazioni temute. E lo fa grazie a una piccola e facilmente accessibile montagna accanto a casa. Montagna che sembrava fatta apposta per un’esposizione graduale. Da prati leggermente esposti, si passava gradualmente a passaggi su roccette, per poi finire con una piccola ferrata. A studiarla apposta non sarebbe riuscita così bene. E per un paio di settimane, esercizi ogni giorno. Un paio di metri alla volta, la cima fu conquistata. Poi vennero le scalate, le cascate di ghiaccio e tanta altra roba divertentissima. Perché il bello di superare le proprie paure sta nella possibilità di scoprire nuove forme di gioia.

# Una paura non va superata solo perché c’è. Ma soprattutto se la fatica dell’esposizione è compensata da gioia. Tanta gioia.

Un’ultima indicazione per fare esposizione bene: è importante coinvolgere gli altri. La paura è subdola. È capace di farci rimandare per anni e anni il momento in cui iniziamo ad affrontare ciò che temiamo. Ecco allora che avere qualcuno che affettuosamente ci sostiene e ci sprona può essere decisivo.

E ora esercizio.
Immaginiamo una persona che ha paura di allontanarsi da casa da sola. E che vuole sempre essere accompagnata. Se vogliamo aiutarla, cosa facciamo?

1.      La rassicuriamo sul fatto che nulla di male può accadere per il semplice motivo che ci si allontana da casa, e cerchiamo di convincerla di quanto le sue paure siano infondate;
2.      La aiutiamo a uscire di casa da sola, magari anche per tratti quasi insignificanti, all’inizio. E quando ci dice che ha paura che le accada qualcosa di terribile, con tanta ironia e realismo le diciamo che, in effetti, si può morire anche andando a fare la spesa. Come in casa, del resto …
3.      La accompagniamo, e poi, a tradimento, la lasciamo da sola. Così scopre, voglia o no, che fuori casa non si muore;
4.      La aiutiamo a uscire di casa da sola, magari per tratti insignificanti, all’inizio. E quando ci dice che ha paura che le accada qualcosa di terribile, la facciamo ragionare su quanto sia improbabile morire andando a fare la spesa.















La risposta giusta è la 2. Esposizione, e nessuna rassicurazione. Perché alla fine è vero che ci può succedere di tutto. E che non ci sono luoghi sicuri. Non si possono aiutare le persone raccontando bugie.
Veniamo, a questo punto, a una forma di paura molto diffusa e tenace: il terrore di essere giudicati male dagli altri. Dopo anni di psicoterapia, chi scrive afferma tranquillamente che si tratta di un’epidemia.
La nostra specie si è evoluta nella direzione di una socialità spinta. La collaborazione tra umani produce miracoli. Si costruiscono villaggi, si fanno battute di caccia al mammut, si va su Marte. Da soli, debolucci, senza artigli e forti canini … non si va lontano. Provate a immaginare un gatto abbandonato in una foresta canadese. Solo. Dopo un paio di mesi, probabilmente lo troveremo vivo e vegeto. Magari un tantino incazzato per tutta la fatica che deve fare per cacciare piccoli animali e per ripararsi dal freddo, ma vivo. Immaginate adesso una persona a caso abbandonata nella foresta. C’è una buona probabilità che dopo due mesi troviamo un cadavere. Immaginate invece dieci per persone abbandonate nella foresta: ripari, fuoco, spedizioni alla ricerca di aiuto e soccorso … se la caverebbero piuttosto bene. La collaborazione è la nostra forza, e ci ha portati dove siamo.
In parallelo, mentre diventavamo sempre più sociali, nel nostro percorso evolutivo siamo diventati sempre più spaventati dalla possibilità che il nostro gruppo sociale non ci veda di buon occhio e che, magari, ci allontani. Per centinaia di migliaia di anni, essere allontanati dal villaggio, dalla tribù, significava morte. Ecco perché siamo così preoccupati di quello che gli altri pensano di noi. Ecco perché ci dà maledettamente fastidio che qualcuno pensi che siamo cretini, imbranati, antipatici … La nostra storia evolutiva ci ha segnati nel profondo. Ed ecco che, senza alcuna reale utilità, ci ritroviamo a farci condizionare pesantemente da quello che gli altri potrebbero pensare di noi.
Con un semplice esperimento mentale possiamo capire quanto la faccenda sia grave. Immaginiamo di essere rimasti soli sulla terra. A causa di un qualche cataclisma particolare, non ci sono altri esseri umani. Il resto, animali, foreste, città, non è cambiato. Mettiamo in conto un paio di mesi di lutto disperato. Poi lentamente ci si riprende, e in qualche modo si va avanti. Il nostro comportamento, in assenza di qualcuno che ci guarda e ci giudica, sarebbe libero come mai prima. Il modo in cui ci vestiamo, le cose che facciamo, tutto sarebbe modellato su quello che ci va di fare. Mangiare con le mani, vestirsi solo e soltanto in base al criterio della temperatura, giocare come bambini, cantare e ballare, non lavarci per settimane, se così ci piace. E chissà cos’altro. Probabilmente, ci divertiremmo un sacco, nonostante la solitudine che morde l’anima. Sia chiaro: non si sta affatto auspicando un’estinzione di massa per combattere la timidezza, ma solo cercando di pensare a come sarebbe la nostra vita senza l’ansia di piacere e di essere accettati.
Vediamo un’altra versione del nostro esperimento mentale: nelle prossime due tabelle esamineremo la probabile reazione a certi stimoli in presenza di altri e, poi, in assenza di altri.


Stimolo
Probabile reazione in presenza di altri
Vedo un’altalena

Non faccio niente
Mi macchio la camicia

Corro a cercare di lavare via la macchia
Ascolto una canzone che mi piace un sacco

Non faccio niente
Sono stanco morto

Aspetto il momento opportuno per riposare


Tab. 1

Stimolo

Probabile reazione da soli
Vedo un’altalena

Vado in altalena
Mi macchio la camicia

Continuo a fare le mie cose
Ascolto una canzone che mi piace un sacco

Ballo, canto
Sono stanco morto

Mi metto comodo e riposo o dormo


Tab. 2


La differenza non è poca, vero?
Come si combatte questa paura? Diciamo che la pressione sociale ci spinge nella direzione sbagliata. Fin dalla scuola, il nostro essere normali, prevedibili, mansueti, è molto ben accetto dagli altri. E finisce che essere normali è molto confortevole e rassicurante. Per questo motivo, è quasi impossibile che qualcuno ci spieghi il trucco. Che è questo: figure di merda.
Spiegata meglio: abbiamo visto prima che la terapia per qualunque paura infondata è affrontare deliberatamente ciò che si teme. Ecco, in questo caso ciò che ci conviene iniziare a causare con le nostre stesse mani è proprio un possibile giudizio negativo da parte di qualcun altro.
Che non è affatto facile, perché gli altri non ci notano. Spesso sono indaffarati a pensare con ansia a quello che noi potremmo pensare di loro. Ma non importa. Noi, che ci notino o no, iniziamo a fare le nostre (modeste) figuracce.
Affastello esempi:

·         Non centrare la tazzina del caffè con lo zucchero;
·         Chiamare le persone con il nome sbagliato;
·         Inciampare (non farsi male, però);
·         Cambiare idea tre o quattro volte al ristorante;
·         Macchiarsi apposta i vestiti;
·         Far cadere le cose (magari non cristalli di Boemia);
·         Arrivare tardi di proposito (cinque minuti, non cinquanta);
·         Pronunciare male i nomi inglesi …

Insomma: apparire un poco imbranati e incapaci.

Cosa succede al nostro cervello? Si abitua alla possibilità che qualcuno pensi che siamo dei poveretti. E, siccome si tratta solo di un pensiero, ci si può abituare tranquillamente.
Attenzione: quello che ci importa non è vedere che gli altri alla fine non ci giudicano. Lo faranno, non sempre, ma lo faranno. Il mondo ci giudica, spesso impietosamente. Talvolta per cose che nemmeno immaginiamo.
L’obiettivo è abituarsi all’idea che ciò possa accadere. Abituarsi a quella vocina fastidiosa che ci dice “Chissà cosa penseranno!!!”, fino a non sentirla quasi più. E abituarsi anche ai giudizi negativi che poi arrivano. Anche quelli alla fine danno solo disagio. Passa tutto.
Le persone “sicure di sé” hanno paura del giudizio. Ma non si fanno condizionare. Si tengono il pensiero fastidioso, e si comportano in modo da produrre gioia. E se poi qualcuno li giudica, pazienza. Hanno visto che non si muore.
Passando dalla teoria alla vita vera, parliamo per esempio di Robert Sapolsky, brillante biologo del comportamento. Chi scrive è molto in disaccordo su tanti aspetti teorici con quest’uomo, ma gli vuole bene, tanto. Perché vederlo nei video della Stanford University mentre fa lezione in jeans e maglietta fa stare bene. Vien da dire: “Ecco uno che se ne frega del pensiero degli altri!” Ed è così.
Sarebbe interessante sapere dove ha imparato ad abituarsi all’idea che qualcuno lo possa giudicare male. Perché è questo che è accaduto. Sapolsky si è abituato.
Se invece cerchiamo di fuggire, di stare al sicuro, finiremo imbalsamati da vivi. E saremo comunque giudicati! 


Buona gestione della paura a tutti!





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[1] A parte il cotechino fritto. 

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